12 Maggio 2009

Lunga vita al Boss

Era un’estate morbida e infestata, e io, Vince e Manolo eravamo diventati amici. Ero partito seguendo il loro invito: primo viaggio verso la “terra promessa”, come ci avevano fatto credere tutti coloro che celebravano la California come l’ultima frontiera, il luogo delle buone vibrazioni. Un po’ era vero, un po’ no, l’avremmo scoperto solo vivendoci. Ma c’era anche un’altra cosa nell’aria, in quell’estate 1975: l’attesa, per noi sempre più spasmodica ogni settimana che passava, per il nuovo album di Bruce Springsteen. 

     I primi due erano un affare di culto, per coloro che erano rimasti fulminati dalla parola facile e le melodie calde del ragazzotto del New Jersey. Ricordo notti a Popoff in compagnia degli lp ufficiali e dei bootleg che celebravano quello che il passaparola prometteva come il miglior sow dal vivo, in quegli anni di tardo-prog, west coast e rock testosteronico da stadio. Ma la landa americana e le sue migliaia di radio FM erano rimaste indietro. A Kwest, stazione rock di Los Angeles, neanche sapevano chi fosse.

     E Bruce? Impantanato in una faida con il suo primo manager-produttore, faticosamente lavorava da due anni sull’album dell’o-la-va-o-la-spacca, ma più che un vinile sembrava la tela di Penelope. Insoddisfazione, rimandi, angoscia. E noi: attesa, delusione, bisogno. Noi lo sapevamo che era il futuro del rock&roll, anche senza averlo mai visto, senza che quel critico di Rolling Stone, John Landau, lo scrivesse. Era la nostra speranza di redenzione. Aspettavamo il prodigio, le tavole della legge, i dieci comandamenti. Il cielo, però, non si apriva, e l’eroe con la chitarra a tracolla non usciva. Arrivò agosto, stavamo quasi per tornare a casa, e l’album ancora non era pronto. Il suono Dylan + Roy Orbison + Phil Spector che Bruce voleva era difficile da trovare, anche adesso che Landau si era seduto in regia. Quelle canzoni che suonavano come colonne sonore di una notte d’estate, fra birre e vicoli, ragazze e decappottabili, coltelli a serramanico e facce dure - la versione rock di West Side Story - erano ambiziose, complesse, fuori dai canoni rock tradizionali. La sera che la lacca fu finalmente pronta, Bruce la ascoltò e voleva buttarla nel tombino, e reincidere tutto dal vivo. Non lo fece, e il disco uscì. Era il 25 agosto. Vince lavorava come manager in un negozio di dischi e lo portammo via (il disco) come se fosse il Sacro Graal ritrovato, in mezzo a ragazzi americani che ci guardavano come matti.

     Born to Run andò e la spaccò allo stesso tempo. In un mese, Bruce finì sulla copertina di Time e Newsweek e il disco fu accolto per quello che era: uno dei capolavori assoluti della storia del r&r.

     A novembre, Springsteen e la E Street Band sbarcarono in Europa per cinque date. Quella dell’Odeon Hammersmith la trovate sul dvd del trentennale di Born to Run, e se non vi scende un luccicone quando nel buio sentite l’armonica e guardate la gonna di Mary che ondeggia è un brutto segno. Non siete fatti per le strade di tuono. Per coloro che in quegli anni, invece, non chiedevano di meglio, la corsa era pazzesca: due ore (che negli anni avrebbero sfiorato le tre e mezza) del miglior cantautore con la migliore rock band del mondo, per distacco.

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    Lunga vita al Capo.



Testo di Carlo Massarini

Rolling Stone, maggio 2009

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